Commenti alle letture domenicali del Monastero di Saint-Oyen

Sunday, September 19, 2021

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un Dio a misura di… un bimbo

Annuncio di Gesù e resistenza dei discepoli – «San Marco dedica tutta una parte del suo Vangelo all’insegnamento rivolto ai discepoli. È come se Gesù, a metà del cammino verso Gerusalemme, volesse che i suoi rinnovassero la loro scelta, sapendo che questa sequela avrebbe comportato momenti di prova e di dolore. L’evangelista racconta quel periodo della vita di Gesù ricordando che in tre occasioni Egli ha annunciato la sua passione; essi per tre volte hanno espresso il loro sconcerto e la loro resistenza, e il Signore in tutte e tre ha voluto lasciare loro un insegnamento.

La vita cristiana attraversa sempre momenti di croce, e talvolta sembrano interminabili. […]

I discepoli non volevano che Gesù parlasse loro di dolore e di croce; non vogliono sapere nulla di prove e di angosce. E san Marco ricorda che erano interessati ad altre cose, che tornavano a casa discutendo su chi fosse il più grande.

Fratelli, il desiderio di potere e di gloria è il modo più comune di comportarsi di coloro che non riescono a guarire la memoria della loro storia e, forse proprio per questo, non accettano nemmeno di impegnarsi nel lavoro del presente» (P. Francesco, Omelie - 23.09.2018).

La centralità di Cristo cardine della vita fraterna – «“Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”. “Di che cosa stavate discutendo per la strada? Ed essi tacevano”.

Due volte, nel Vangelo di questa domenica, i discepoli di Gesù evitano di entrare in conversazione con Lui. Non pongono a Lui le domande che sentono sorgere nel loro cuore di fronte all’annuncio della passione; non rispondono quando Lui chiede di rendergli conto delle loro discussioni.

Così, è come se in questo Vangelo si percepisse un fossato invisibile fra Gesù e i suoi discepoli. Da una parte c’è Lui che annuncia la passione, morte e risurrezione, Lui che fa loro l’annuncio più tragico ed esaltante che abbia potuto fare in tre anni, l’annuncio cruciale del suo mistero. Dall’altra si percepisce un gruppo informe di discepoli ripiegato su se stesso e dentro il quale ognuno è ulteriormente ripiegato su di sé. Confabulano, fanno capannello, come un gruppetto di comari che sta spettegolando lanciando all’intorno occhiate sfuggenti, critiche e timorose ad un tempo.

Questo scenario mette in risalto la solitudine di Gesù. È come se in mezzo agli apostoli, ai suoi amici, Lui fosse un estraneo, uno di cui si diffida, oppure uno che si teme di urtare ponendogli domande indiscrete. La passione di Gesù inizia da questa estraneità fra Lui e i suoi che culminerà nell’abbandono generale.

L’estraneità da Gesù squilibra i rapporti fra i discepoli. Perché nella Chiesa, ogni volta che si perde il riferimento reale a Cristo, immediatamente ognuno scade e s’immeschinisce nell’autoreferenzialità. Se il più grande e importante per noi non è Gesù, immediatamente dobbiamo esserlo noi.

Non esiste alternativa unificante alla centralità di Cristo. O Lui solo è il centro, o il centro dobbiamo esserlo tutti, e allora tutto si sfascia» (P. Mauro Giuseppe Lepori, Omelia - 22.09.2018).

Nell’immagine di un bambino la rivelazione di Dio – «“Gesù prese un bambino, lo pose in mezzo e lo abbracciava dicendo: chi accoglie uno di questi bambini accoglie me”. Accogliere un bambino significa entrare nel suo mondo, grande appena quanto lo spazio dove arriva il grido con cui chiama la madre; il bambino che non basta a se stesso e vive solo se è amato; che riceve tutto e può dare così poco; improduttivo eppure tranquillo davanti al futuro, sicuro non di sé, ma dei suoi genitori; forte non della propria forza, ma di quella con cui lo sollevano le braccia del padre. La sua debolezza è la sua forza.

“Se non diventerete come bambini”, se non ritroverete lo stupore di essere figli, figli piccolini che sanno piangere che imparano a ridere, figli la cui forza è il Padre, non entrerete nel Regno. “Chi accoglie un bambino, accoglie me, accoglie il Padre”. Mi commuove l’ottimismo di Dio: il bambino è sua immagine; non tanto l’uomo, ma proprio il bambino. L’eterno si abbrevia nel frammento, anche lui vive solo se è amato. L’immagine ultima del vangelo di oggi è Gesù abbracciato ad un bambino.

In tutta la sua vita si è “affannato” ad annunciare che Dio è solamente buono, padre che scorge il figlio da lontano e gli si butta al collo, pastore in cerca della pecora perduta, che trova e se la pone sulle spalle. E che a noi non resta che farci prendere in braccio» (Ermes Ronchi, Il Vangelo).