VIII Ordinario B


Lo Sposo
(7a domenica tempo ordinario, Anno B)
26 febbraio 2006 

 

La pagina evangelica di questa domenica, cioè la discussione sul digiuno, è la controversia centrale della sezione di Mc 2,1-3,6. In essa spicca infatti l’immagine messianica per eccellenza, quella dello sposo. E’ in questa realtà simbolica che si riassumono e trovano fondamento le pretese precedenti e seguenti: il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (cfr la prima controversia: Mc 2,10); Gesù è il medico, venuto per chiamare i malati-peccatori, non i sani-giusti (cfr la seconda controversia: Mc 2,17); il Figlio dell’uomo è il signore anche del sabato (cfr la quarta controversia: Mc 2,28); Gesù guarisce anche in giorno di sabato (cfr la quinta controversia: Mc 3,4).

Ebbene, tutte queste rivendicazioni messianiche di Gesù sono, per così dire, le irradiazioni del suo essere il Messia-sposo. Ecco la novità assoluta e fondamentale, che Gesù rivela mediante la parola «autorevole» e il prodigioso operare. Se il cuore del ministero di Gesù è il mistero della sua identità, allora la terza controversia è non solo il centro, ma il vertice dell’intera sezione. D’altra parte, se qui è toccato il culmine dell’auto-rivelazione di Gesù come il Messia-sposo, non è affatto strano che qui e proprio ora sia fatto il primo cenno alla croce: «Ma verranno giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno» (v. 20). La gioia di avere con sé lo sposo è perciò unita, e fin dall’inizio del vangelo, alla tristezza della sua perdita. Ma ciò avverrà per volontà di Dio, come dimostra il passivo teologico «sarà tolto»: è Dio, infatti, a permettere che il suo unico Figlio sia «strappato» ai suoi per mezzo della violenza umana.

L’ultima parte della pericope (vv. 21-22) ospita un detto di Gesù, che gioca sulla antitesi tra ‘nuovo’ e ‘vecchio’, ricorrendo a due esempi ben familiari agli ascoltatori. Anche se i due casi (toppa nuova e vino nuovo) sono analoghi e paralleli, l’accento cade in particolare sul secondo, come dimostra la ‘massima’ conclusiva di chiaro sapore sapienziale: «vino nuovo in otri nuovi». A confermare questa impressione è il fatto che il vino è normalmente associato ai tempi messianici, in quanto «rallegra il cuore dell’uomo».

Il collegamento tra le due parti della pericope evangelica (vv. 18-20 e vv. 21-22) è più profondo di quanto non appaia di primo acchito. Si può anzi osservare che la seconda parte (vv. 21-22) trascrive la precedente con un linguaggio tipicamente sapienziale. Infatti, il «nuovo» (toppa o vino che sia) è lo sposo, mentre il «vecchio» è il digiuno praticato dai discepoli di Giovanni e dei farisei. Inoltre – e credo importante sottolinearlo – ad essere criticato da Gesù non è il «vecchio» in quanto tale, ma la convinzione che esso possa tranquillamente ospitare in sé il «nuovo». Fuor di metafora, Gesù mette alla berlina un comportamento che mira ad ‘addomesticare’ la «novità» che Egli stesso rappresenta. L’irrompere di Dio nella vita dell’uomo non può non cambiare profondamente e radicalmente tutta l’esistenza: altrimenti non sarebbe conversione. Ciò che viene rimproverato è allora il voler restare attaccati ai propri ‘schemi’ di pensiero e di vita, rinunciando così ad aprirsi completamente e senza riserve a Dio.