VI Ordinario B


Lo voglio, sii purificato!
(6a domenica tempo ordinario, Anno B)
12 febbraio 2006 

 

 

Il primo capitolo di Marco si chiude con la «purificazione» di un lebbroso, che, nonostante il divieto di Gesù (v. 44), ne diffonde la fama, tanto da impedirgli di entrare apertamente in una città (v. 45). Nei commenti scorsi è già stata evidenziata l’importanza di questa sezione iniziale: essa è concepita come una «introduzione» all’intero vangelo, mettendo subito a fuoco il tema centrale dell’identità di Gesù.

Questo tema, fortemente rimarcato nella prima scena (esorcismo dell’indemoniato: 1,21-28), ritorna alla fine della sezione con un altro segno: la «purificazione» di un lebbroso. Insisto a chiamare così il prodigio compiuto da Gesù, perché non si tratta di una semplice guarigione. La traduzione italiana della CEI, in questo caso, non è per nulla affidabile. Nel testo originale il lebbroso supplica Gesù di «purificarlo» e non di «guarirlo»: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

L’osservazione non vuole essere né è un’oziosa sottigliezza. La lebbra, per il mondo biblico e per la società di Gesù, non è solo una malattia fisica, come prova eloquentemente il rituale descritto in Lv 14 e a cui Gesù stesso si richiama nel v. 44. Il lebbroso è un essere «impuro» e, come tale, è escluso dalla comunità religiosa e civile. Essa è infatti «pura» e, per evitare di essere contaminata, allontana l’infelice, imponendogli addirittura di segnalare la sua presenza, gridando: «impuro, impuro!». Egli è infatti un intoccabile, come un paria del passato.

Quello che Gesù compie, toccando il lebbroso e purificandolo, è in realtà un «segno messianico» di liberazione e di speranza. Il gesto di Gesù non è solo la guarigione di un taumaturgo, ma l’annuncio che Dio è giunto tra gli uomini. E’ interessante sottolineare una corrispondenza tra la scena d’inizio (esorcismo dell’indemoniato) e quella del lebbroso. In entrambi i casi, Gesù «libera» l’uomo da una impurità. Lo spirito che possiede l’uomo in Mc 1,23-26 è qualificato infatti come ‘impuro’. Anche la lebbra rende l’uomo ‘impuro’, se questi prega e supplica di essere purificato.

In questo primo capitolo del suo vangelo Marco annuncia così un tema, che troverà pieno sviluppo nel famoso cap. 7: la disputa con i farisei sul ‘puro’ e ‘impuro’. Dinanzi al Regno di Dio non esiste alcuna divisione tra ‘puro’ e ‘impuro’, in virtù della liberazione portata da Gesù e in virtù del fatto che non ciò che entra, ma ciò che esce dall’uomo lo contamina (cf Mc 7,14).

Ma il punto essenziale riguarda sempre l’identità di Gesù: chi è costui, che insegna con autorità, che comanda agli spiriti impuri, che purifica i lebbrosi, che guarisce i malati? Mediante i gesti che Gesù compie, Marco ne fa ‘intravedere’ la messianicità. E perché solo intravedere? Per impedire che essa sia fraintesa ed equivocata: ecco la ragione ultima e profonda di quel «divieto», imposto da Gesù, di parlare, ma puntualmente disatteso dai suoi beneficati.

Mi sia permessa una nota apparentemente marginale. La conclusione del v. 44 è da intendere così: «a testimonianza per loro» (CEI) o «per testimonianza contro di loro»? Anche se in Mc 6,11 e 13,9 la medesima espressione ha il secondo senso, il volerlo vedere in Mc 1,44 è prematuro. Di fatto, la polemica con scribi/farisei inizia solo in Mc 2.