San Giovanni della Croce


SAN GIOVANNI DELLA CROCE

sacerdote e dottore

(1542-1591)

«Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore».

 

L’infanzia di Giovanni, nato nel 1542 a Fontiveros presso Avila (Spagna), fu marcata dal dolore. Ultimo di tre figli perdette il padre, Gonzalo de Yepes, all’età di due anni e mezzo. La famiglia si spostò ad Arévalo e poi a Medina del Campo in cerca di lavoro.

Qui Giovanni fece i suoi primi studi e contemporaneamente fu avviato all’esercizio di vari mestieri per guadagnarsi il pane. Fu apprendista sarto, falegname, intagliatore e persino pittore, ma senza successo. Riusciva invece molto bene negli studi, si distingueva per la religiosità e anche nel servizio agli ammalati come infermiere in uno degli ospedali cittadini. Nel 1563, compiuti gli studi umanistici nel collegio dei gesuiti, scelse l’Ordine carmelitano e, dopo un anno di noviziato, fu ammesso alla professione col permesso di osservare la regola primitiva del suo Ordine.

L’incontro con Teresa

I superiori, apprezzandone l’intelligenza, lo mandarono all’università di Salamanca per studiare filosofia e teologia. Quando stava per terminare gli studi venne ordinato sacerdote e tornò a Medina del Campo per celebrare la sua prima messa.

Qui ebbe luogo lo storico incontro con santa Teresa. Ce lo racconta lei stessa: «Seppi che voleva farsi certosino, ma io gli esposi i miei disegni e lo pregai instantemente di attendere fino a quando Iddio ci avesse provveduto di un convento. Gli feci inoltre osservare il gran bene che ne sarebbe venuto e il servizio che avrebbe reso al Signore, bramando di menar vita più perfetta, se lo avesse fatto nel suo stesso Ordine. Egli mi promise d’aspettare, purché non andasse troppo per le lunghe».

Giovanni, completati gli studi a Salamanca, tornò a Medina del Campo ed ebbe modo di accompagnare Teresa nella fondazione del monastero delle carmelitane scalze di Valladolid, dove la santa approfittò «per fargli conoscere – come lei stessa scrisse -tutto il nostro sistema di vita, badando che comprendesse bene ogni nostra pratica, tanto per la mortificazione che per la cordialità dei rapporti e la maniera con cui passiamo la ricreazione, la quale è così bene ordinata che serve a farci conoscere i nostri difetti e a darci un po’ di svago per poi osservare la regola in tutto il suo rigore».

L’ inizio della riforma maschile

Giovanni bevve lo spirito rinnovatore di Teresa e si trovò pienamente d’accordo con lei per dare inizio alla riforma della parte maschile dell’Ordine carmelitano.

Teresa, senza perdere tempo, andò a visitare una casa offertale a Duruelo presso Avila e quando vi giunse la sera del 30 giugno 1568 disse: «Ecco il nostro convento!». Era una vecchia costruzione e lei subito suggerì gli opportuni accomodamenti per trasformarla in un piccolo monastero. Giovanni si trasferì sul luogo e accompagnò i lavori di restauro.

Nel novembre dello stesso anno la casa ospitava i primi carmelitani scalzi e Giovanni che fino allora si era chiamato di San Mattia, cambiò il nome in Giovanni della Croce. I superiori affidarono al giovane religioso l’incarico di maestro dei novizi prima a Duruelo e poi in altre località fino a quando Teresa, divenuta priora del monastero dell’Incarnazione ad Avila, ottenne che Giovanni della Croce la seguisse come confessore e direttore spirituale delle monache. Qui rimase dal 1572 al 1577 e, a giudizio di Teresa, fece un bene immenso.

Il carcere e la fuga

La riforma, attuata di comune accordo da “questi due santi, suscitò malintesi dentro e fuori dell’Ordine carmelitano a tal punto che le autorità pensarono di doverli separare. Giovanni fu trasferito a Toledo e condannato come uomo disobbediente, ribelle e contumace e gettato nel carcere del convento, dove fu tenuto nascosto per nove mesi fino all’agosto del 1578 quando egli riuscì a fuggire.

Finalmente nel 1580 i carmelitani scalzi ottennero il riconoscimento pontificio di provincia autonoma e Giovanni poté esercitare liberamente il suo influsso riformatore su tutti coloro che sceglievano la nuova forma di vita. In tale periodo rivestì varie cariche, anche di definitore generale, oltre che di superiore locale, ma mai fu provinciale o vicario generale. Nel 1591, essendosi opposto ad alcune norme estremiste che si volevano introdurre nella riforma, cadde in disgrazia presso i superiori di quello stesso Ordine che egli aveva riformato. Fu un periodo molto doloroso, che il santo sopportò senza un lamento fino alla morte, il 14 dicembre 1591. Aveva appena 49 anni.

Il dottore

Il magistero di san Giovanni della Croce fu particolarmente importante nella storia della chiesa. In un periodo in cui la vita religiosa era caduta in discredito e la santità, non solo dei laici ma degli stessi religiosi, era spesso ritenuta un’eccezione, egli, con la vita e con la parola, riaprì a molti il cammino della santità nella chiesa, cominciando proprio dai religiosi.

Le sue opere principali sono: Salita al monte Carmelo, Notte oscura, Cantico spirituale, Fiamma viva d’amore. A queste fanno seguito, oltre alle Lettere, altri scritti minori. Se il magistero orale del santo, rivolto ai religiosi, alle religiose, al clero diocesano e ai semplici fedeli, cominciò con la sua ordinazione sacerdotale e non si interruppe mai fino alla morte, il magistero scritto invece ebbe inizio negli anni della sua maturità spirituale, quando Giovanni aveva già fatto la salita al monte Carmelo e attraversato la notte oscura. I suoi scritti, infatti, sono frutto della sua esperienza personale, ripensata alla luce della teologia, che egli possedeva molto bene, e della Sacra Scrittura, che conosceva quasi a memoria.

Contrariamente a quanto può apparire, la sua spiritualità è fondata tutta sull’amore: l’amore di Dio per l’anima e l’amore dell’anima che scopre Dio e ne è attratta fino a consumarsi nell’unione con lui. Il cammino che Giovanni propone è descritto con l’immagine di una salita al monte Carmelo, durante la quale l’anima passa attraverso un progressivo spogliamento (la notte oscura dei sensi e dello spirito) fino ad arrivare sulla vetta all’identificazione col Cristo, per vivere in pienezza la vita della grazia, cioè la vita della Santissima Trinità.

A questo punto « lo Spirito Santo con la sua spirazione divina innalza l’anima in maniera sublime e la informa e le dà capacità, affinché ella spiri in Dio la medesima spirazione d’amore che il Padre spira nel Figlio e il Figlio nel Padre, che è lo stesso Spirito Santo, che in questa trasformazione spira in lei nel Padre e nel Figlio per unirla a sé. Mi pare che ciò voglia dire san Paolo quando scrive: “Poiché siete figli di Dio, egli ha inviato nei vostri cuori lo Spirito del Figlio suo il quale grida: “Abbà, Padre” (Gal 4, 6)… Non c’è da meravigliarsi che l’anima sia capace di una cosa tanto sublime… Non è possibile né sapere, né descrivere come ciò avvenga. Soltanto ci basti sapere che il Figlio di Dio ci ottenne un posto così elevato e ci meritò l’altissimo grado di poter essere figli di Dio».

Questa la meta a cui Giovanni della Croce con la sua spiritualità vuol condurre tutti coloro che desiderano impegnarsi seriamente nella vita cristiana. Nel suo linguaggio ricorrono spesso le parole nulla, salita, notte oscura. Esse mettono in luce l’aspetto ascetico della rinunzia evangelica al proprio egoismo per aprire le porte dell’anima al godimento più profondo che il cuore umano possa provare su questa terra: l’unione con Dio. Allora l’uomo, fatto figlio nel Figlio, spira in certo modo lo Spirito Santo.