La “Via Crucis” di Giovanni Paolo II


Man mano che passavano gli anni, Giovanni Paolo II non era più soltanto il Papa che insieme con Maria, Madre di Cristo, si fermava accanto a tutte le croci dell’uomo di oggi  (cf. Salvifici doloris, n. 31), ma era lui stesso un uomo crocifisso; crocifisso ed esposto – si può dire – al “ludibrio delle genti”. Infatti non era soltanto guardato con amore e venerazione dai buoni fedeli, ma anche fatto oggetto di derisione da parte di chi lo osservava, da vicino o da lontano, con sguardo poco riverente…

Ed egli lo sapeva, lo sapeva e lo sentiva… e umilmente accettava. Quando non era ancora ridotto all’estrema impotenza – ad immagine del “servo sofferente, prostrato dai dolori, muto agnello…” – si era rivolto ai deboli e ai sofferenti chiedendo sostegno: «Chiediamo a voi tutti, voi che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l’umanità.

Nel terribile combattimento tra le forze del bene e del male, di cui ci offre spettacolo il nostro mondo contemporaneo, vinca la vostra sofferenza in unione con la Croce di Cristo!» (Salvifici doloris, n. 31). Ormai era lui stesso, con la sua infermità, a sostenere la Chiesa e il mondo insieme con loro. Lo si sentiva specialmente quando veniva a contatto con i sofferenti più poveri e con i bambini… Nell’abbracciarli, nel baciarli e stringerli a sé faceva un tutt’uno con loro. Il viso del “vecchio papa” e il viso dei piccoli avevano la stessa espressione di dolore innocente; spesso le loro lacrime si mescolavano, ed erano lacrime che lasciavano trasparire il sorriso dell’anima.

Che cosa potremmo aggiungere?  L’atleta, l’uomo forte venuto dall’Est, è stato condotto – per mirabile disegno di Dio – proprio là dove si è posto il Verbo Incarnato, ultimo tra gli ultimi, debole tra i deboli, ossia là dove l’Amore vince nell’impotenza, nell’immolazione. Un frutto sorprendente di questa sua vittoriosa impotenza è l’essere egli riuscito a consegnare proprio il glorioso vessillo della croce ai giovani del nostro tempo – che in genere sono ben poco addestrati all’austerità e al sacrificio… – ed essi l’hanno portata – e continuano a portarla – in tutto il mondo senza vergogna, anzi con entusiasmo e fierezza.

Ha saputo attirarli a Cristo amandoli con il cuore stesso di Cristo, con un cuore sempre giovane e ardente. Non perdeva mai le occasioni per esortarli: «Voi, giovani, – diceva loro nell’omelia della domenica delle Palme 1988 – cercate Cristo nel centro del suo mistero. Lo cercate nella pienezza di quella verità che è Lui stesso nella storia dell’uomo… Voi cercate Cristo nella parola definitiva del Vangelo, così come ha fatto l’apostolo Paolo: nella croce, che è potenza di Dio e sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1,24) come la risurrezione ha confermato. Cristo svela pienamente all’uomo – a ciascuno di noi – l’uomo. Potrebbe svelarlo se non fosse passato anche attraverso questa sofferenza e questo spogliamento senza limiti? Se non avesse, infine, esclamato sulla croce: “Perché mi hai abbandonato?”. Sconfinato è il terreno dell’esperienza dell’uomo. Indicibile pure è la scala delle sue sofferenze…

Ma nessun svantaggio, nessuna sofferenza o spogliamento possono separarci dall’amore di Dio (cf. Rm 8,35), da quell’amore che è in Cristo Gesù… Non stancatevi di essere testimoni della Croce per le vie del mondo!». La Croce è sempre la Parola-chiave della sua predicazione. Nel suo libro Dono e mistero egli ricordava l’emozione provata nel momento dell’ordinazione sacerdotale il 1º novembre 1946 mentre, steso a terra in forma di croce, aspettava il momento dell’imposizione delle mani… Là sul pavimento, tutto disponibile ad essere trasformato in alter Christus