IV Avvento A


Dalla parte di Giuseppe

A differenza di Luca, l’evangelista Matteo dà rilievo alla discreta figura di Giuseppe nel ‘vangelo dell’infanzia’. E questo non è l’ultimo motivo di interesse per il brano di questa quarta domenica di Avvento.

D’altra parte, il testo rischia di non essere apprezzato come merita: vuoi per averlo sentito così tante volte; vuoi per alcuni particolari, che rischiano di rimanere nell’ombra.

 

Il primo elemento da segnalare è la traduzione dell’inizio del v. 18: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo». La parola resa in italiano con ‘nascita’ suona in greco ‘genesi’. E’ la stessa usata in Mt 1,1 («Libro della genesi di Gesù Cristo»). Essa evoca nella nascita di Gesù l’inizio di qualcosa di nuovo. Come la Genesi narra la creazione di Dio, così la ‘genesi’ di Gesù inaugura la creazione nuova! Come la Genesi apre i libri dell’Antico Testamento, così il vangelo di Matteo apre quelli del Nuovo Testamento. Ecco come Matteo dispone il suo lettore di ieri e di oggi di fronte alla ‘nascita’ di Gesù.

Nel v. 18 l’evangelista espone immediatamente il ‘problema’: Maria si trova incinta. Ma l’accento cade sulla ‘causa’ di tale avvenimento: «per opera dello Spirito Santo». Avvertendo che è opera del Signore, Giuseppe decide di congedare la promessa sposa. Egli, infatti, è «giusto».

 

Intorno a questo attributo di Giuseppe si sono arrovellati tanti commentatori fin dai primi secoli. In che senso lo sposo di Maria è «giusto»? Per molti, egli sospetterebbe la colpa di Maria e decide così di mandarla via, per non esporla alla vergogna e alla punizione prevista dalla Legge. Ma allora non dovrebbe essere ‘generoso’ piuttosto che ‘giusto’?

In realtà, Giuseppe riconosce in Maria l’opera di Dio. Egli non ha diritti sul figlio atteso e, per tale motivo, restituisce a Dio ciò che a Dio appartiene! D’altra parte, il suo ‘ritiro’ non è un ‘lavarsene le mani’. Egli fa un passo indietro, aspettando di conoscere la volontà del Signore.

 

Dunque, Giuseppe è giusto perché «non vuole appropriarsi d’una posterità sacra che non è sua, né di questa sposa che appartiene a Dio» (R. Laurentin). Ma è giusto anche ad un altro titolo. Giustizia, nel vangelo di Matteo, significa ‘obbedienza’ alla volontà di Dio e al suo piano di salvezza. Ebbene, Giuseppe anche in questo si dimostra giusto. All’invito dell’angelo, egli prende con sé Maria e quel figlio che sa non suo, ma di Dio.

 

Ma, a questo punto, è necessaria un’altra precisazione alla traduzione italiana. L’angelo dice di non temere di prendere Maria, «perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Giuseppe ha così la conferma della sua intuizione iniziale: il figlio atteso da Maria appartiene a Dio. Tuttavia, il testo può essere reso anche così: «…perché, quantunque ciò che è stato generato in lei venga dallo Spirito Santo, sarai tu a chiamare il Figlio ch’ella genererà con il nome di Gesù…». In questo caso, Giuseppe non ha bisogno di conferme: nella fede ha già riconosciuto l’opera di Dio in Maria.

 

Ed eccoci alla profezia di Isaia. Il figlio che la vergine partorirà sarà chiamato ‘Emmanuele’ o ‘Dio-con-noi’. Ebbene, questa è la grande promessa, come risuona nella finale di Matteo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).