III Avvento A


L’«inchiesta» di Giovanni Battista

 

E’ sorprendente il contrasto tra questo vangelo e quello di domenica scorsa. Là si ergeva forte la figura di Giovanni, mentre qui appare la sua debolezza e perplessità. Già, il Battista è sconcertato da ciò che sente di Gesù e delle sue ‘opere’ e vuole una risposta: «Sei tu o…?».

Come non provare simpatia per Giovanni? Questa è l’ultima testimonianza del precursore. Prima di scomparire dalla scena, egli sembra raccogliere nella sua le domande – forse mai formulate – di noi tutti.

 

Gesù non dà la risposta attesa. Rimanda invece a quelle ‘opere’ che suscitarono la perplessità del Battista: «Riferite a Giovanni ciò che udite e vedete». Non è questo un ‘giocare scorrettamente’? In realtà, non esiste altra via per scoprire Gesù. Sono infatti le ‘opere’ a svelare chi egli è e in nome di chi opera.

 

Ebbene, le opere enumerate nel v. 5 evocano quelle che Isaia, in diverse profezie, attribuisce a Dio in favore del suo popolo. Se è così, la risposta alla domanda di Giovanni dovrebbe essere chiara. Ma la beatitudine del v. 6 («Beato chi non trova motivo di inciampo in me») dice che la cosa non è così semplice. Mostrando quelle opere, Gesù elude una risposta diretta per provocare l’altrui fede. La risposta al ‘sei tu…?’ può essere infatti trovata solamente da chi formula la domanda stessa. Gesù suggerisce all’interlocutore l’unica via di accesso al mistero che avvolge la sua identità: la fede. Se uno accetta di credere, sia beato. Se invece rifiuta, la sua domanda troverà inciampo in colui, di cui vuole conoscere l’identità!

 

Ma c’è di più. Nella domanda di Giovanni risuona la perplessità di tutti quelli che, di fronte a Gesù, vedono infranto il loro modo di immaginarsi il Messia. Per il Battista e i suoi discepoli questi era atteso come un giudice inflessibile: «Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,12). Be’, quanto di più lontano da Gesù, che rivela di Dio una paternità universale insospettabile.

 

Anche oggi ci possono essere tante immagini di Dio. Ognuno ha la sua. Ma Dio non corrisponde a nessuna di esse e puntualmente delude le attese. ‘Ma perché Dio non fa nulla di fronte al male nel mondo?’ – si potrebbe sentire. Oppure: ‘Perché Dio non ascolta le mie suppliche?’. E’ necessario svestirsi di tutte queste rappresentazioni di Dio per poter accogliere in autenticità «colui che viene». E allora beati noi!

Concluso il primo quadro (vv. 2-6), il brano evangelico prosegue con un secondo (vv. 7-11). Gesù, parlando di Giovanni alle folle, lo presenta come «il più grande tra i figli di donna». Egli è davvero il precursore inviato a preparare la via (cf v. 10). Eppure, «il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui» (v. 11).

 

La liturgia taglia qui il testo, impedendo di afferrare il senso dell’espressione. Giovanni rappresenta il vertice della promessa antica, annunciata dai profeti e dalla legge (cf v. 13). Ma in Gesù si passa dall’attesa al compimento. Allora, ciò che precede Gesù è incomparabilmente ‘più piccolo’ rispetto alla comunità dei credenti o dei ‘piccoli’. Ad essi, a differenza dei sapienti e degli intelligenti, sono stati rivelati infatti i misteri del Regno (cf Mt 11,25).