I Avvento A


«Andiamo incontro al Signore con gioia»

La venuta del Figlio dell’uomo. Ecco il grande annuncio di questo primo vangelo di Avvento. Per ben quattro volte l’evangelista Matteo ne parla: prima paragonandola ai ‘giorni di Noè’ (vv. 37-39), e poi per esortare la comunità cristiana alla vigilanza (v. 42) e allo stare pronti (v. 44).

Perché è proposto il confronto con la storia di Noè? Matteo intende mostrare che il giudizio di Dio, in entrambi i casi, è ad un tempo certo e improvviso. Esso sorprende gli uomini intenti alle ‘normali cose di questo mondo’: che cosa c’è di più comune che mangiare e bere o sposarsi? o di badare alle proprie attività? Esso separa gli uni per la salvezza e gli altri per la rovina (vv. 40-41), anticipando il tema della parabola delle dieci vergini, dei talenti e del giudizio finale (Mt 25).

Un giudizio che sorprende inaspettatamente, dunque, ma che è anche sorprendente! Perché esso si abbatte su gente ‘normale’ e persino laboriosa? Significativamente l’evangelista non dice nulla, né a proposito della generazione di Noè – che pure sappiamo violenta dal racconto di Genesi -, né delle due coppie di uomini e donne impegnati nel loro lavoro. Non si tratta, perciò, di peccatori nel senso abituale del termine.Sono piuttosto credenti che si dimenticano di Dio, tanto immersi nelle loro cose da vivere come se il Signore non ci fosse. Oh sì, quando sono nei guai, un pensiero lo rivolgono ben lassù, ma poi…

La realtà descritta da Matteo è valida anche oggi. Senza cadere in un facile moralismo, è necessario sollevare il nostro sguardo ‘lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio’ (cf Col 3,1). Ciò non significa disimpegno o disinteresse verso le ‘cose di quaggiù’. Vuol dire, piuttosto, guardare ad ogni cosa in modo diverso, cioè con gli occhi di Dio.

Ma come è possibile? La risposta è data alla fine del brano evangelico: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». E’ l’unica volta in cui Matteo sostituisce l’espressione «Figlio dell’uomo» con quella ben più ‘calda’ di «Signore» e, per giunta, «vostro»! Il giudice non è affatto un estraneo. Egli è il Signore della nostra vita, presente e vivo nella comunità dei credenti. Non ricordate? «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Allora, l’attesa cristiana non è fatta di timore, ma di gioiosa speranza. Come l’amato non può non avere sempre nel cuore l’amata, così la comunità di credenti. In ogni istante il suo pensiero è rivolto al Signore e corre con gioia incontro a Lui (cf il salmo responsoriale).

Tuttavia, la fiamma dell’amore può languire. Questo, infatti, è il rimprovero del Signore alla chiesa di Efeso: «hai abbandonato il tuo amore di prima» (cf Apc 2,4). Ogni fuoco, come ogni amore, deve essere alimentato. Ecco, dunque, l’esortazione a vegliare. Il verbo greco corrispondente vuol dire ‘essere sveglio’ e ricorre anche nella scena del Getsemani. Contro il ‘sonno’ della tentazione e contro una vita cristiana ‘sonnecchiosa’ si può solo opporre lo ‘stato di veglia’, che è preghiera e quotidiano abbandono nelle mani del Padre.