Don Andrea Santoro


SANGUE DI DON ANDREA, MIRACOLO D’AMORE ”

E’ questo il titolo di un bell’articolo dell’Osservatore Romano del 12 febbraio, che qui vogliamo riassumere per i nostri lettori.

Da questa morte, tanto assurda quanto violenta, alla luce della fede, non è venuta una reazione di chiusura o di “lotta fra civiltà”, ma è scaturito un formidabile messaggio di perdono e di pace; un messaggio in cui il dolore di una perdita si dilata al punto di trasformarsi in speranza.

E’ il miracolo di un amore più grande, che sa trasfigurarsi nella sofferenza, diventando icona della donazione totale, col sigillo supremo del martirio, olocausto offerto perché il mondo sia finalmente pacificato.

Lo ha detto con commozione autentica il Papa Benedetto XVI: “Il sacrificio di questo silenzioso servitore del Vangelo contribuisca alla causa del dialogo tra le religioni e la pace tra i popoli”.Un dialogo e una pace da sempre praticati da don Andrea.

Cercati e praticati con il suo piccolo gregge (8-9 fedeli) della parrocchia di Sancta Maria a Trebisonda, quanto e soprattutto con i musulmani che con lui venivano a contatto e che egli considerava il suo gregge più vasto. “Io mi sento prete per tutti – aveva detto di recente – perché questi sono i figli che Dio ama: musulmani, ebrei, cristiani…”.

L’aveva scelta questa gente: andare in Turchia non era stato casuale: “Cercavo un luogo dove scendere alle radici del mio cuore e delle ragioni della vita. Cercavo una vicinanza con Dio e pensavo di poterla trovare dove Dio aveva cercato una vicinanza con noi…”. Per lui la Turchia era un’autentica “Terra Santa”, terra in cui la Parola fu pronunciata per la prima volta all’uomo, in cui nacque e si sviluppò il Cristianesimo primitivo, in cui la Chiesa crebbe e si fortificò nelle persecuzioni. E’ in questa scelta che riconosciamo le parole pronunciate dal Card. Ruini nell’omelia funebre: “Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo e, da quell’uomo tenace, rigoroso, addirittura testardo che era, ha cercato con tutte le sue forze di muoversi sempre e rigorosamente nella logica di Cristo, e ancor prima di affidarsi a Cristo nella preghiera, non presumendo certo delle sue forze umane”.

Don Andrea sapeva che in quella terra amata, già irrorata dal sangue dei martiri, il suo ministero e la sua testimonianza avrebbero potuto chiedergli il sacrificio supremo. Così Don Andrea, mentre pregava dopo la celebrazione della Messa, è entrato in quella grande schiera di testimoni della fede, a ricordarci che la dimensione del martirio è ancora attuale nella storia della Chiesa. E poco importa chi è e perché uccide. Anche se quella frase “Allah u akbar, Allah è grande”, urlata dal giovane assassino di Don Andrea, aggiunge ulteriore tristezza e inquietudine al già terribile gesto. Siamo certi che Dio saprà trasformare, per la gloria del suo Nome, la morte di Don Andrea in immenso dono d’amore, in offerta di pace proprio a chi questa morte ha voluto e meschinamente ha considerato come una vittoria.

Noi siamo quelli della croce non siamo quelli della spada. A noi il Signore Gesù ha detto: “Metti la spada nel fodero”, “amate i vostri nemici”, “fatevi carico del peccato degli altri”, “benedite quelli che vi maledicono”, “fate del bene a chi vi fa del male”. E tutto questo passa attraverso la croce. Se vuoi tenere la spada in mano, mai farai l’unità. La croce è farsi agnello… (Don Andrea Santoro, Roma, 22/01/2006

 

Don Andrea Santoro, il prete romano ucciso oggi a Trebisonda, in Turchia, non è sconosciuto alla parrocchia di Bazzano: aveva infatti accolto i pellegrini bazzanesi durante il viaggio dell’ottobre 2003 in Anatolia.  Don Franco lo ricorda come un sacerdote molto attivo, l’unico prete cattolico in tutto un vastissimo territorio della Turchia nordorientale. Uomo colto, uomo di dialogo e di pace, aveva accompagnato i viaggiatori bazzanesi in importanti luoghi sacri, per esempio ad Harran, città di remote memorie abramitiche.  Ricordiamo che è ancora incerto per quale motivo don Andrea sia stato ucciso all’uscita dalla messa domenicale. L’omicidio è stato messo in relazione all’ondata di proteste nel mondo islamico per la pubblicazione delle vignette raffiguranti Maometto; altri non escludono che il crimine possa essere legato ad aspetti dell’apostolato di don Santoro, come il suo impegno per il riscatto delle prostitute.  Credo che dobbiamo essere grati a tutte le esperienze che la nostra parrocchia sta vivendo in questi anni, e che ci permettono di sentirci più vicini a un prete ucciso nella lontana Turchia. Anche così si vive più consapevolmente il dono della comunione con tante realtà umane e cristiane sparse per il mondo. Stiamo tessendo lentamente, filo dopo filo, una preziosa trama. Uno di questi fili si è spezzato stamattina, o forse no.

DON ANDREA SANTORO: TESTIMONE DEL VANGELO

Pochi giorni prima di essere ucciso a Trebisonda, il sacerdote italiano
scrive agli amici italiani parole dense di amore per il popolo turco.
La rivoluzione del Vangelo vissuta in mezzo alla gente
e le difficoltà della testimonianza quotidiana in una terra dove l’islam detta legge.
L’offerta totale dell’esistenza all’ideale cristiano e il presagio del sacrificio.   «I fili d’erba crescono anche nella steppa»